Diventare grandi.
Ero solo una bambina e non conoscevo ancora il vero amore per gli animali. Sono cresciuta con
una mamma che era stata educata a non avere nessun rapporto col mondo animale e che per di più
quando era piccina aveva vissuto una brutta avventura con un pastore tedesco che viveva legato
a catena.
La mia attrazione e curiosità per gli animali era già latente in me, nonostante la mia mamma quando
passeggiavamo ed incrociavamo un cane mi intimasse innumerevoli "Attenta!", "Stai lontana!" e via
dicendo.
Avevo assaporato le gioie ed i dolori di quella che sarebbe diventata poi la mia più grande passione
soltanto grazie al mio primo pappagallino, Picì. Su di lui avevo anche scritto dei brevi pensierini
a scuola e fatto tanti disegni a sua immagine e somiglianza.
Ricordo ancora la sua morte e le mie urla, la mia disperazione. Ma fu solo un assaggio.
Qualche anno dopo ecco comparire quella che sarà per sempre la mia "guida animale" ma direi anche
spirituale.
Vivevamo in un paesino di campagna ed ero abituata a vedere gatti che scomparivano com'erano
comparsi nel nostro cortile. Quel giorno però fu tutto diverso. I vicini chiamarono me come se
fossi un'esperta. Me che ero solo una bimba a cui i genitori avevano permesso di tenere in casa
soltanto uccellini o pesciolini rossi.
Scesi in cortile e la vidi. Una palla di pelo grigio tigrato, rannicchiata in mezzo al cortile con
aria smarrita, cercava di farsi più piccola ancora di quello che fosse in realtà.
Una vicina consigliò di portarla nel suo orto dall'altra parte della strada, dove almeno c'era un
recinto ed una casetta per le galline; la strada che separava noi dall'orto era molto pericolosa.
Fui io a doverla prendere in braccio per spostarla in quello che avrebbe dovuto essere il suo nuovo
rifugio. Ricordo che ero emozionata ma anche spaventata e non sapevo minimamente come si prendesse
in braccio un gatto. Infatti sbagliai qualcosa e la piccoletta mi assestò un bel graffio sulla mano.
Questo fu il nostro primo incontro e così sbocciò il nostro amore.
Sì perché si trattò proprio di amore, ed amore cieco, perché non so cosa trovasse in me, una stupida
bambina attratta ma anche spaventata dagli animali ed ancora così inesperta ed ingenua, quella
micia speciale.
Iniziai ad accudirla con l'aiuto di un mio amichetto più grande che avrebbe voluto fare il
veterinario. Decidemmo anche di darle un nome; Fanny. Non ricordo da dove derivasse quel nome ma
fui subito d'accordo perché mi sembrava le stesse benissimo.
Fanny per un po' rimase nell'orto in compagnia di un altro micetto bianco e grigio comparso anche
lui in quel periodo, che chiamammo Denny come un protagonista dei cartoni animati.
Denny era altrettanto piccolo e bello, ma ai miei occhi aveva qualcosa in meno di Fanny, non so
spiegare il perché.
Ben presto purtroppo iniziarono ad uscire da quell'orto per attraversare la strada e venire nel
nostro cortile.
Feci di tutto, forse però non abbastanza, per convincere i miei genitori ad accogliere Fanny nella
nostra casa, ed anche lei ci provò in ogni modo.
La scuola elementare si trovava proprio di fianco al mio palazzo, e quando tornavo a casa la trovavo
in cortile ad aspettarmi come un cagnolino. La coccolavo, le davo qualcosa da mangiare, lei voleva
giocare e ricordo un giorno che mi inseguì per tutto il cortile per arrampicarsi sulle mie gambe e
sul mio grembiulino bianco. Io correvo correvo e lei dietro velocissima. Finalmente riuscii ad
entrare nell'ingresso e le chiusi il portone in faccia, con un misto di pentimento e timore ancora
dovuto alla mia mancanza di esperienza animale.
Le sere d'estate io ed altri bambini della zona giocavamo fino a tardi in cortile, e lei era sempre
lì con noi. Le avevamo allestito una cuccia composta da una cassetta della frutta con dei vecchi
maglioncini come coperte ed alcuni giochini fai date, accanto al locale spazzatura.
Ogni sera d'estate si concludeva con me e la mia migliore amica, che invece era abituata fin da
piccina ad interagire e vivere sia con cani che con gatti, che prendevamo in braccio Fanny e la
riempivamo di coccole.
Ricordo come fosse ieri noi due bambine sedute una accanto all'altra sul gradino del portone; io
con in braccio Fanny avvolta dalle copertine per ripararla dalla frescura serale, la micia che si
abbandonava completamente tra le mie braccia sentendosi forse finalmente protetta, che si godeva le
coccole, il nostro calore, le nostre ninne nanne dedicate a lei. La osservavo pensando a quanto
fosse piccola ed indifesa, a come fosse già stata tanto difficile ed ingiusta la vita per un
esserino solo come lei, e pensavo soprattutto a quanto sarebbe piaciuto ad entrambe andare a dormire
insieme nella mia casa che invece le era preclusa.
Ogni volta rimetterla nella sua cuccia scarna in cortile, tutta sola (Denny purtroppo scomparve nel
nulla poco tempo dopo la sua comparsa), era una vera tortura, eppure incredibilmente lo facevo.
Nonostante sia sempre stata ribelle e combattiva per natura, forse non ero ancora pronta per andare
seriamente contro la volontà dei miei genitori, non avevo ancore le conoscenze necessarie per sapere
come sarebbe stato meglio agire per il bene della micia, ero ancora davvero troppo piccola e
nonostante ciò non me lo perdonerò mai e poi mai.
Le avevo messo al collo una specie di cordicina di lana rossa con 2 piccoli pon-pon alle estremità e
ricordo che era bellissima.
Un giorno in cui io non c'ero, mia mamma mi raccontò che sentì miagolare sulle scale, aprì la porta
e si ritrovò Fanny seduta davanti alla nostra porta d'ingresso, al secondo piano del palazzo.
Aveva riconosciuto la nostra casa e si era seduta lì davanti, col suo collarino rosso coi pon-pon,
come volesse chiedere perché non la volesse con noi, come a volersi presentare, o forse semplicemente
era arrivata fin lì per cercarmi.
Un brutto giorno sparì per alcune ore e poi ricomparve in condizioni pietose; aveva la zampa
posteriore completamente ricoperta di sangue, stava molto male. Pensammo ad un'auto, ma il mio amico
aspirante veterinario che riuscì in qualche modo a medicarla,disse che la causa più probabile era
secondo lui il morso di un cane…forse il cane della cascina di fronte.
Non fummo mai certi di cosa le fosse accaduto, ricordo che la mia unica certezza fu che Fanny
sarebbe morta; non si alzava, non voleva mangiare, se ne stava sdraiata in mezzo all'erba nel
cortile, tremava. Nessuno pensò di chiamare un veterinario, gli animali "si curavano da soli", e io
potevo solo piangere e pregare.
Anche quella volta Fanny mi stupì e ce la fece per me.
Non fu più la stessa gattina però. Non so se fu solo una mia sensazione ma quella disavventura,
quella grande sofferenza aveva messo fine alla sua infanzia, aveva segnato l'entrata nella sua vita
adulta, nell'età della disillusione. Era come se ormai sapesse di non doversi più fidare ciecamente
di qualcuno, come se non si aspettasse più nulla dalla sua giovane vita.
Io lo capivo, lo sentivo, sapevo di averla delusa, sentivo di averla un po' persa. Avrei voluto
trovasse qualcuno più grande ed intelligente di me, qualcuno che la potesse salvare da quella vita
che le aveva fatto già così male, qualcuno che potesse anche sollevarmi da quelle responsabilità
così pesanti e più grandi di me che non riuscivo a gestire. Quel qualcuno purtroppo non arrivò mai.
In compenso giunse il giorno della partenza per le vacanze; tre settimane al mare. Fanny era come
sempre in cortile, mi seguiva, mi stava accanto, mi osservava mentre caricavamo i bagagli in
macchina.
Quando la macchina partì io la guardai dal vetro posteriore, lei fece per seguirci, ma si fermò
subito e rimase nel cortile, con aria persa.
La guardavo e piangevo, ma nel mio cuore ingenuo di bambina ero convinta che l'avrei rivista alla
fine delle vacanze e che le vicine in qualche modo si sarebbero prese cura di lei.
La prima cosa che feci al mio ritorno infatti fu correre in cortile, cercarla e chiamarla a
squarciagola.
Nulla.
"Fanny, Fanny, dove sei!!!" gridavo ormai disperata.
La sua cuccia ed i suoi giochini erano lì, al solito posto.
Di lei però nessuna traccia.
Il cortile vuoto.
Non mi nascosero la verità.
Fanny era morta, si era spinta verso la scuola elementare ed era stata investita, come la maggior
parte dei gatti della zona.
Non ricordo altro se non la rabbia, la disperazione più totale, il primo vero dolore della mia vita,
i miei primi sensi di colpa.
Piansi tutte le mie lacrime sdraiata sul letto dei miei.
Piansi fino a farmi scoppiare la testa.
Non ricordo come mi ripresi da questo dolore, forse i bambini hanno un modo per dimenticare, o
meglio accantonare almeno per un po' le cose che li fanno soffrire di più.
Quel giorno anche io cominciai ad essere un po' meno bambina, a conoscere gli aspetti peggiori
della vita.
Il suo ricordo, le nostre sere d'estate, quel suo ultimo sguardo mentre io me ne andavo, il suo
musetto incorniciato da quel filo di lana rosso non mi abbandoneranno mai, come non mi abbandonerà
mai il rimorso per i miei imperdonabili errori ed il rimpianto per quello che avrei potuto fare.
Non lo perdonerò mai neanche ai miei genitori, soprattutto alla mia mamma.
Non ho nemmeno una sua foto, ma me la vedo davanti nitidamente ogni giorno.
Grazie a Fanny è nato il mio amore per gli animali, la forte empatia che nutro nei confronti di
tutti gli esseri viventi che non hanno voce per difendersi, ed il mio sogno è aprire un rifugio in
suo onore, per ospitare i mici ed i cagnolini sfortunati come lei.
Quel rifugio che se fosse esistito tanti anni fa le avrebbe salvato la vita.